
Iniziare una conversazione in giapponese è molto più che scambiare semplici parole; è un modo per stabilire un legame e mostrare rispetto verso la persona con cui stiamo parlando. Una delle situazioni più comuni è incontrare qualcuno dopo del tempo: in giapponese, il modo in cui diciamo “Quanto tempo!” o “Come stai?” cambia radicalmente a seconda di chi abbiamo di fronte.
Immaginate di camminare per le strade di Tokyo e di incrociare improvvisamente una vecchia conoscenza. Scopriamo insieme come può un semplice saluto rivelarsi un momento di vera connessione, analizzando le differenze tra il linguaggio colloquiale e quello di cortesia.
Prendiamo come riferimento questo semplice dialogo:
A: Ciao, quanto tempo! Come stai?
B: Io sto bene grazie! E tu?
A: Anche io sto bene.
B: Ne sono felice!

Versione informale tra amici
A: あ、久しぶり!元気?
A: A, hisashiburi! Genki?
B: 元気だよ、ありがとう!そっちは?
B: Genki dayo, arigatou! Socchi wa?
A: うん、私も元気だよ。
A: Un, watashi mo genki dayo.
B: それはよかった!
B: Sore wa yokatta!
Hisashiburi (久しぶり) corrisponde al nostro “Quanto tempo!”. Il termine è composto dal kanji 久 (hisa), che indica un lungo periodo di tempo, e dal termine ぶり (buri), che esprime il concetto di “intervallo” o “per la prima volta dopo tanto”. A differenza del nostro “Come stai?”, che si può usare anche se ci si è visti il giorno prima, Hisashiburi implica necessariamente che sia passato del tempo: in genere si usa se non ci si vede da almeno due o tre settimane, ma può riferirsi anche a mesi o anni. Chiaramente la parola cambia forma a seconda della persona che abbiamo davanti:
- Hisashiburi! (Informale): tra amici stretti, fratelli o compagni di scuola e si tratta di un’esclamazione gioiosa e immediata.
- O-hisashiburi desu (Formale): l’aggiunta del prefisso onorifico “O-“ all’inizio e del verbo “desu” alla fine trasforma la parola in un saluto rispettoso, adatto a colleghi, superiori o persone con cui non si ha una confidenza intima.
Una curiosità molto interessante riguarda un singolare uso di questa parola, impiegata non solamente nelle conversazioni e nei convenevoli di saluto, ma anche per esperienze e sensazioni, quando queste vengono provate dopo tanto tempo. Se, per esempio, riprendete a mangiare il vostro piatto preferito dopo lungo tempo, o se tornate a sciare o andare al mare dopo anni che non lo facevate, allora potete esclamare Hisashiburi!
Usare Hisashiburi non serve solo a constatare un fatto temporale, ma serve a “riconoscere che è passato del tempo” e “che è un piacere ritrovare una persona o riprovare una piacevole esperienza” dopo un lungo lasso di tempo. È un modo per riannodare istantaneamente un filo che si era interrotto.
Altra peculiarità di questo dialogo è “Socchi wa? そっちは ?”, espressione tipica del linguaggio informale (tra amici o familiari):
- Socchi (そっち): significa letteralmente “da quella parte” o “lì dove sei tu”.
- Wa (は): è la particella che indica l’argomento della frase.
Traduzione: “E per quanto riguarda la tua parte?” → ovvero “E tu?”
Perché “Socchi wa” al posto di “Anata wa”?
In giapponese, usare il pronome “tu” (anata) non è scorretto, ma potrebbe risultare strano, troppo formale o persino scortese se utilizzato tra amici. Per ovviare a questo, si usano i riferimenti spaziali:
- Socchi (dalla tua parte) = Tu
- Acchi (da quella parte, lontano) = Lui/Lei/Quello
- Kocchi (dalla mia parte) = Io
In senso letterale sarebbe come dire “e dalla tua parte… come va”? Se si sta parlando con una persona in un contesto un po’ più formale un’ottima soluzione potrebbe essere usare, al posto di Kocchi o di Anata, il nome della persona seguito dal suffisso onorifico -san (per esempio: Tanaka-san wa?)

Versione gentile e formale
Se il contesto non è quello tra amici e familiari e la situazione richiede di essere più formali e rispettosi, la stessa conversazione può avvenire nella seguente modalità:
A: お久しぶりです!お元気ですか?
A: O-hisashiburi desu! O-genki desu ka?
B: はい、おかげさまで元気です。あなたは?
B: Hai, okagesama de genki desu. Anata wa?
A: 私も元気です。
A:Watashi mo genki desu.
B: それを聞いて安心しました。
B: Sore o kiite anshin shimashita.
Se Hisashiburi dà avvio alla conversazione, Okagesamade è l’espressione che stabilisce un legame di armonia e gratitudine tra i due interlocutori. Spesso tradotta semplicemente come “Grazie a Dio” o “Fortunatamente”, il suo significato è molto più profondo. La parola è composta da:
- O- (お): prefisso onorifico di rispetto.
- Kage (かげ – 蔭): significa letteralmente “ombra”.
- Sama (さま): un suffisso di altissimo rispetto.
- De (で): particella che indica il mezzo.
Anticamente, l’immagine era quella di trovarsi sotto l’ombra protettrice di una divinità o di una forza molto potente: dire Okagesamade significa riconoscere che, se stiamo bene, non è solo merito nostro, ma di un’influenza invisibile, del supporto degli altri o del destino che ci ha protetto e continua a proteggerci fino a quel momento.
Per questo motivo, alla domanda “Come stai?”, quando un giapponese risponde con “Okagesama de genki desu” è come se volesse affermare: “Sto bene grazie al tuo interesse, al supporto della mia famiglia, a tutto ciò che mi circonda, al Cielo che mi sostiene…”. Si tratta di un’ampia forma di gratitudine rivolta genericamente a una qualche forza al di sopra di noi, o anche a tutta una serie di circostanze che, così come sono avvenute, hanno fatto sì che fossero garantiti il nostro benessere e la nostra salute.
Ovviamente non ci si limita solo alla salute; Okagesamade viene utilizzato in altre diverse situazioni:
- Lavoro: si afferma Okagesamade quando un lavoro o un progetto viene concluso e si vuole ringraziare tutti per l’impegno e il supporto messo affinché quel progetto giungesse al termine.
- Esami: si afferma Okagesamade dopo la buona riuscita di un esame o di una prova importante per rendere grazie a chi ci ha dato una mano o semplicemente alla fortuna benevola.
- Vita quotidiana: si usa persino per rispondere a frasi come “C’è bel tempo oggi, vero?” se quella bella giornata ci ha permesso di portare a termine un impegno o, in genere, un buon esito in qualcosa.
Altra espressione, presente nel dialogo, meritevole di attenzione è Sore o kiite anshin shimashita. Questa frase viene tradotta con “Ne sono felice” in un contesto gentile o formale, ma letteralmente significa “Sentendo ciò, mi sento rassicurato”:
- Sore o kiite (それを聞いて): “Sentendo questo” o “Avendo ascoltato ciò”.
- Anshin shimashita (安心しました): “Mi sono tranquillizzato” o “Ho provato sollievo”.
In giapponese, dire “sono felice” (ureshii desu) per la salute di qualcun altro potrebbe suonare a volte un po’ troppo diretto o emotivo. Usare, invece, il concetto di sollievo (anshin) è l’espediente più sicuro e rispettoso per affermare che siamo contenti di sapere che l’altra persona sta bene e che non ci sono stati problemi nel tempo in cui non ci si è visti.
*** Se trovi gli articoli, le traduzioni e le recensioni di questo sito utili, per favore sostienilo con una donazione. Grazie! ***
Se volete potete distribuire liberamente questo testo, in maniera non commerciale e gratuitamente, conservandone l’integrità, comprese queste note, i nomi degli autori ed il link http://sakuramagazine.com